Prima Radice

La bellezza è qualcosa che si mangia; è un nutrimento.
(Simone Weil)

Lubin Baugin, natura morta con cialde (1631 circa, Louvre)
nutrimenti terrestri

La prima radice

Nella nostra vita precedente vivevamo in viaggio, senza radici;
fondare
un’azienda
agricola ha significato mettere la prima radice.
Ma è prima radice anche ciò che produciamo: alimenti – cereali e fermentati, materie
prime trasformate in voluttuarie, nutrimento e piacere. Il grano, la vite, la frutta – il pane, il vino e l’albero della conoscenza. Le basi della vita e della civiltà, i bisogni e i simboli fondamentali dell’umanità, almeno in questa parte di mondo.

terra, radici, mani

La seconda radice

Prima Radice nasce nel 2017, in un certo senso dalle ceneri di una rivista. Viene fondata da Francesco Orini e Barbara Corazza, già editori di Pietre Colorate, proseguendo con altri mezzi la stessa ricerca. Cultura e coltura hanno la stessa radice, il verbo latino cŏlo, che significa coltivare, oltre che curare, abitare, abbellire, onorare: tutti ottimi sinonimi. Per noi coltivare la terra e produrre gusto è fare filosofia come l’intendevano gli antichi, ma anche Simone Weil, cui dobbiamo il nostro nome. 

per approfondire:

Simone Weil, La prima radice
Pierre Hadot, Ricordati di vivere

La nostra agricoltura

Siamo un’azienda biologica certificata, ma pratichiamo un’agricoltura che va oltre i disciplinari e le scuole, cercando di essere realmente sostenibile. Oggi si chiama agroecologia e per noi si basa sui seguenti principi: 

  • Autoproduzione dei semi e delle piante. 
  • Autoproduzione dei concimi e dei preparati di difesa, a base di minerali e piante officinali.
  • Nessuna o minima lavorazione del terreno.
  • Uso minimo di acqua per l’irrigazione, raccogliendo l’acqua piovana.
  • Massimizzare il numero di varietà presenti sulla stessa superficie, seguendo le consociazioni favorevoli.
  • Favorire la presenza di fauna spontanea.

 

Il nostro territorio

Prima Radice si trova nella pedemontana pordenonese, al confine fra Veneto e Friuli. Ha sede in un paese di pietra e d’acqua circondato da boschi, sorgenti e montagne: un luogo dalla bellezza selvatica, in cui la natura è maestra d’arte e dove qualche ninfa, ancora, è rimasta.

Il paese è Polcenigo, un borgo che potrebbe chiamarsi Arbois e trovarsi in Jura; i boschi sono quelli del Cansiglio, altopiano carsico ricoperto da una foresta millenaria di faggi e conifere; le sorgenti sono quelle valchiusane del fiume Livenza, sorelle della fonte di Vaucluse ma senza un Petrarca a cantarle; le montagne, infine, sono quelle del gruppo del monte Cavallo, la parte più orientale delle Prealpi bellunesi, un fondale familiare e onnipresente che chiudendo ovunque lo sguardo come la siepe di Leopardi, disegnando l’orizzonte di ogni paesaggio visto dalla pianura.
Il terreno è magro e sassoso come quello dei magredi, la steppa friulana che non stonerebbe fra le pagine di un romanzo russo.

Tutto il Friuli è un territorio di confine – anche linguistico – fra mondo romanzo, germanico e slavo, fra eredità veneziana e austriaca, fra Europa orientale, occidentale e meridionale.
Nel Racconto d’inverno,  Shakespeare immagina una Boemia affacciata sul mare: forse esiste davvero e sta sulle sponde dell’Adriatico.

Strade dell’Est, d’immensi orizzonti,
città nascoste di lingua friulana

un progetto per la comunità

Hortus conclusus

A partire dal 2018 abbiamo progettato e ripristinato l’hortus conclusus dell’ex convento francescano di Polcenigo, oggi chiesa di San Giacomo.
Era un luogo abbandonato ai rovi; abbiamo voluto riportarlo in vita nella forma, oltre che nello spirito, degli horti conclusi  (giardini chiusi) dei conventi medioevali, dove si coltivavano ortaggi e piante officinali per il sostentamento e la farmacopea, ma anche come pratica spirituale.

Il rapporto quotidiano con la natura e i suoi tempi, l’esercizio di cura che è il lavoro agricolo, la contemplazione di ciò che esiste, la bellezza delle sue forme e l’orrore delle sue leggi, la meditazione inevitabile sulla vita e la morte, l’attenzione che si sviluppa nell’osservazione del mondo vivente sono esperienze estetiche e spirituali profonde, che la coltivazione – di un orto, di un giardino, di una vigna – regala ancora.

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Doch im Erstarren such’ ich nicht mein Heil,
Das Schaudern ist der Menschheit bestes Teil;
Wie auch die Welt ihm das Gefühl verteure,
Ergriffen, fühlt er tief das Ungeheure.

Ma io non cerco la salvezza nel torpore,
Il brivido è dell’umanità la parte migliore;
Pur se il mondo fa pagar caro il sentimento,
Chi è commosso sente profondamente l’immenso.

Faust
Goethe

Quaderno di campagna

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“Il faut cultiver notre jardin”

Candide 
Voltaire

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